In Inghilterra stanno diventando virali i video in cui uno chef campano, Gino d’Acampo, critica aspramente le tentate “rivisitazioni” delle ricette tradizionali italiane in un programma di cucina firmato UK.

In effetti, l’italian kitchen è davvero unica al mondo, non solo come prodotti ed ingredienti, vantando la possibilità di attingere direttamente a tutto ciò che compone naturalmente la dieta mediterranea, ma anche come preparazioni, a volte veloci e semplici, altre volte più lunghe e complicate, ma sicuramente sempre genuine e “pulite” da additivi, insaporitori e strane creme “già pronte”. Perchè in Italia il precotto è ancora, per fortuna, quasi eresia.

Ecco perché il mondo, dove i fast food e le ricette superveloci e iper-zuccherate hanno la meglio (viviamo anche un momento storico dove alcuni territori sono devastati dal problema dell’obesità, anche in età infantile), invidia la nostra tradizione gastronomica… ed ecco perché si continuano a registrare importanti incrementi di esportazioni di food italiano in altri Paesi.

Le stime del 2018

Secondo un’indagine Coldiretti, è un record epocale, quello relativo ai primi 8 mesi del 2018, che ha fatto registrare un incremento del 3,4% delle esportazioni Made in Italy rispetto al 2017: addirittura, in alcuni settori (come è accaduto per il vino) gli acquisti esteri hanno superato quelli nostrani, dimostrando come il food possa diventare un elemento su cui puntare per una ripresa economica dell’intera Italia.

In particolare, quasi i due terzi delle esportazioni hanno riguardato Paesi dell’UE, con Germania e Francia a farci compagnia; decisamente più lontana, invece, proprio l’Inghilterra, probabilmente a causa delle infinite conseguenze socio-economiche della Brexit.

Secondo Roberto Moncalvo, presidente Coldiretti: “L’andamento sui mercati internazionali potrebbe ulteriormente migliorare con una più efficace tutela nei confronti della “agropirateria” internazionale che fattura oltre 100 miliardi di euro utilizzando impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette che si richiamano all’Italia per prodotti taroccati che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale (…) a preoccupare è la nuova stagione di accordi bilaterali inaugurata dall’Unione Europea che dal Ceta con il Canada al Giappone sta di fatto legittimando il falso Made in Italy”.

Si è parlato anche dei sistemi di etichettatura ingannevoli che, in molti Paesi (inclusa la stessa Europa e il Sud America) vengono apposti su alimenti genuini come il Parmigiano Reggiano, il Prosciutto di Parma o l’olio extravergine di oliva, bollati con diciture a dir poco allarmiste, minando alla reputazione dell’intera dieta mediterranea (tra l’altro iscritta nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’UNESCO dal 2010), promuovendo, al suo posto, cibi spazzatura, con edulcoranti al posto dello zucchero.

L’auspicio è che si cominci ad etichettare i cibi con informazioni neutre, legate solo a certificazioni e valori nutrizionali, che non mirino a manipolare l’opinione pubblica e, in tanti casi, ad “ingannare” i consumatori.